SPECIALE - San Francesco d’Assisi, lo specchio di Cristo

SPECIALE - San Francesco d’Assisi, lo specchio di Cristo

La sera del 3 ottobre di ottocento anni fa, nella Porziuncola di Assisi, moriva San Francesco.

In occasione di questo anniversario così importante per tutta la Chiesa e ancora più per noi italiani, è doveroso ricordare il nostro Santo patrono con le parole di quanti hanno scritto di lui.

E vogliamo farlo per sottolineare ancora una volta quale sia il vero volto di San Francesco, contro ogni interpretazione falsa e sdolcinata, volta a giustificare il politicamente corretto e l’eresia.

Papa Pio XI, cento anni fa, celebrava il settimo centenario della morte del Santo di Assisi con l’enciclica Rite expiatis, dove, fra l’altro, affermava:

«Sembra potersi affermare non esservi mai stato alcuno in cui brillassero più vive e più somiglianti l’immagine di Gesù Cristo e la forma evangelica di vita che in Francesco. Pertanto, egli che si era chiamato l’“Araldo del Gran Re”, giustamente fu salutato quale “un altro Gesù Cristo”, per essersi presentato ai contemporanei e ai secoli futuri quasi Cristo redivivo; dal che derivò che come tale egli vive tuttora agli occhi degli uomini e continuerà a vivere per tutte le generazioni avvenire. Né è meraviglia, dato che i primi biografi contemporanei al Santo, narrandone la vita e le opere, lo giudicarono di una nobiltà quasi superiore all’umana natura; mentre quei Nostri predecessori che trattarono familiarmente con Francesco, non dubitarono di riconoscere in lui un aiuto provvidenziale inviato da Dio per la salvezza del popolo cristiano e della Chiesa. E perché, nonostante il lungo tempo trascorso dalla morte del Serafico, si accende di nuovo ardore l’ammirazione, non solo dei cattolici, ma degli stessi acattolici, se non perché la sua grandezza rifulge alle menti di non minore splendore oggi che nel passato, e perché s’implora con ardente brama la forza della sua virtù, tuttora così efficace a rimediare ai mali della società? Infatti, l’opera sua riformatrice tanto profondamente penetrò nel popolo cristiano che, oltre a ristabilire la purità della fede e dei costumi, fece sì che i dettami della giustizia e della carità evangelica informassero più intimamente e regolassero la stessa vita sociale. (…) Essendo Araldo del Gran Re, egli volse le sue mire a far sì, che gli uomini si conformassero alla santità evangelica e all’amore della Croce, non già che dei fiori e degli uccelli, degli agnelli, dei pesci e delle lepri si rendessero soltanto sdilinquiti amatori».

San Francesco, un altro Gesù: questo il succo di tutta la questione.

Lo scrittore Giovanni Papini, convertito e terziario francescano, disse che la Provvidenza aveva suscitato san Francesco per “ripetere, per quanto è possibile, alla mera umanità, l’esempio di Cristo, perché più agevolmente si potesse, attraverso lui, imitare Cristo, e, attraverso l’imitazione di Cristo, ricongiungersi a Dio”. E criticando quanti trasformano “la dolorosa figura del Penitente della Porziuncola nell’immagine di un santino pettinato e sorridente con un piccione sulla spalla”, Papini ribadì che San Francesco “non escogitò nessuna nuova teoria dommatica, non suscitò nessuna eresia, non pensò neanche un momento di riformare la Chiesa dinanzi alla quale fu sempre un figlio ossequiente”.

Anche G. K. Chesterton nella sua biografia del santo scrisse che “Cristo fu il modello sul quale San Francesco cercò di foggiare se stesso; le loro vite storiche e umane coincidono in vari luoghi; soprattutto San Francesco è la più sublime approssimazione al suo Maestro, e, pur essendo un intermediario e un riflesso di Lui, è uno splendido specchio di Cristo, pieno di grazia”.

Concetto ribadito anche da Julien Gren: “Senza essere Cristo, faceva pensare irresistibilmente a lui”.

 

Dona